Maiani pone San Salvatore nel circuito della Storia dell’Arte Contemporanea

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Quest’oggi il nostro sguardo si sposta ai confini sud/ovest della Valdinievole a San Salva­tore. Certo siamo già in provincia di Lucca ma sempre all’interno del no­stro amato comprensorio. Ho cono­sciuto meglio e personalmente il ma­estro Paolo Maiani, grazie all’amico e collega Donatini che un pomeriggio soleggiato di metà settembre, (di quel­li per intendersi tipicamente “nostrani”, in cui tutto si veste di luce morbida, co­me riemerso da un bagno di colore in una vasca dai pigmenti pastello)(sic!), mi invitò appunto in San Salvatore per poter visionare un ciclo di affreschi dell’Artista. Quello che si palesò ai miei occhi fu amore a prima vista.

Un mix di sentimenti che talvolta accarezzano le nostre anime, talaltra scuotono inter­rogativi definitivi. Figure in gestualità dinamica e mimica inequivocabile che ci osservano mentre noi… incuriosi­ti… le scrutiamo in cerca di risposte in uno scambio di ruoli – opera d’arte/ fruitore – protagonista/spettatore – con­tinuo.

La mia gratitudine per quell’in­vito, per quell’incontro con un neo registro “Annigoniano”(QCC settem­bre 2016), per quell’ap­puntamento con il bello, il bene, il ve­ro, non potrà mai essere pienamente espressa. Di­cevo il BEL­LO, il BENE, il VERO: il BELLO è facilmente ricono­scibile; il BENE in quanto il bello risul­ta desiderabile e tale quindi da poter essere considerato come condizione di benessere nella propria esistenza; il VERO perché il bello e il bene insie­me ci sublimano verso la verità, ragio­ne costitutiva della nostra esperienza terrena. Questa triade così definita da Platone è una concezione che è stata assunta anche dal Cristianesimo, poi­ché il Dio cristiano è, oltre che onni­potente e onnisciente, l’essenza stessa della bontà, della bellezza e della Ve­rità.

Ma il piacere di quell’attimo si è fatto ancor più intenso nelle successi­ve occasioni di confronto con Maiani, quando… non difronte ad una delle sue straordinarie produzioni artisti­che che so: sul presbiterio nella sede della Nunziatura Apostolica a Brasilia in Brasile, nella chiesa di San Giusep­pe a Venezia, nella Cattedrale di Saint Marie de la Mer in Francia, innanzi ai suoi Profeti nella chiesa di Newcastle in Inghilterra o in un Duomo Lucche­se, Pisano, ma in un’aula scolastica del Liceo Salesiano Economico Sociale di Montecatini Terme dove (con il Presi­de e i nostri alunni) ci dilettiamo ad abitare i territori della Bellezza. An­cor’ più… successivamente, seduti a tavola in trattoria…dal Dei (alias Al­bertina!)…sul mercato del Borgo. Gu­stammo semplici piatti della nostra migliore tradizione eno-gastronomi­ca: farinata di cavolo nero, baccalà alla livornese, stoccafisso su letto di porri in umido, il tutto bagnato da un gene­roso quartino di buon rosso di Mon­tecarlo.

È stato lì, incredibilmente, che ho potuto apprezzare la profonda au­tenticità del suo messaggio pittorico, la spiritualità “laicofrancescana” che traspare prepotentemente dal suo parlare come dall’impaginato icono­grafico ed iconologico della sua mai superficiale personalità, il piacere in­somma di aver incrociato un artista sincero, umile, altruista, ma prima di tutto… ispirato ed ancora appassiona­to al dono ricevuto. Spesso i miei alun­ni del liceo o universitari, mi chiedono cosa sia realmente l’Arte? Come si pos­sa riconoscere? Non è mai semplice sintetizzare senza scivolare nel bana­le. Per questa occasione la definizione più calzante la prendo in prestito da Lev Tolstoj che nella sua pubblicazio­ne appunto “che cos’è l’arte?” del 1897, ha passato in rassegna l’evoluzione di concetti di base quali il bello, l’utile, il gusto, la verità, il giusto, attraverso la filosofia, l’estetica, la critica d’arte, la letteratura.

L’arte vera, sostiene Tolstoj, è quella che contagia, che è capace di suscitare nell’uomo quel sentimento di gioia nella comunione spirituale con l’artista e con gli altri che contemplano la stessa opera d’arte. In questo modo io credo che l›arte possa stimolare la convivenza pacifica tra gli uomini, mediante la loro libera e gio­iosa attività e possa dunque contribu­ire a disinnescare la violenza, facendo in modo che i sentimenti di fratellanza e amore per il prossimo (oggi così po­co “frequentati”), diventino sentimenti diffusi, abituali, addirittura istintivi in tutti. Se poi dal generale passiamo al particolare, tutto si semplifica: dinan­zi a queste rappresentazioni realizzate tra l’’87 e il ’91 del ‘900 il dubbio non si pone… si crea una tale piacevole dia­lettica tra noi e l’opera… così semplice poiché autentica e pura da non lascia­re alcuna incertezza…di inaspettato benessere fa vibrare le corde più pro­fonde e sensibili della nostra anima, riecheggiano in noi memorie di ca­techesi fin nelle più apparentemente insignificanti pennellate o sfumature cromatico tonali. Si tratta certamente di opera d’Arte! E non c’è critico d’arte o pubblicazione che possa aggiunge­re o togliere qualità o meriti.

Si palesa nei nostri cuori proprio come la Musi­ca, la Danza, l’Amore… senza ragioni logiche… semplicemente perché co­sì l’avvertiamo… prepotente ed istin­tiva nella nostra esperienza umana di esseri a sangue caldo… mammiferi sensibili… emozionabili… empatici, solidali. (Che strano…tutto ciò mi fa ri­affiorare alla mente il mio primo incon­tro consapevole con l’Arte. Ero bambi­no quando lo zio Antonio -Etologo di rango, premiato docente universitario con medaglia d’oro alla carriera dal Presidente della Repubblica Oscar Lui­gi Scalfaro, ricercatore ed autore scien­tifico conteso, ancor oggi, alla soglia dei 90, sorprendentemente curioso e studioso insaziabile ma… prima di tutto, per me, guida culturale, sensibi­le, “decisivo” sostegno intellettuale, zio presente ed amorevole- ci accompagnò in Firenze alla folgorante, dirimente mo­stra di Marc Chagall a Forte Belvedere). Certo negli anni successivi il gesto, il segno artistico è maturato e divenu­to via via più consapevole ed efficace. Qui la palpitante primogenitura. Se poi pensiamo per un attimo a quanti siamo qua, a leggere questo semplice artico­lo alla ricerca di una nuova emozione, al cospetto delle opere che Maiani ha voluto lasciare a tutti noi, mi sembra di poter dire che certamente ci troviamo al cospetto di una produzione artistica di grande spessore proprio per l’intuizione di Tolstoj. La Speranza non rinuncia mai a dispiegare le sue ali facendoci ina­spettatamente planare, con letizia, sui segreti luoghi della grazia e della fratel­lanza. Dal cenacolo alla natività, dalla trasfigurazione alle beatitudini, dalla resurrezione di Lazzaro alle nozze di Cana i gesti pittorici si caricano di pa­thos, di pigmenti, di gradazioni cupe con dominanti ora plumbee, ocra o terre bruciate incendiate da bagliori improvvisi di luce “purissima”. Questa contesa fa scaturire nell’osservatore attento, l’eterno dilemma tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra luce e tenebre, tra peccato e gioia… in un crescendo di tensioni emotive.

Quasi sembra volerci ricordare che la fede non è mai un dato certo, matematico, fisso ed invariante… ma un percor­so… un cammino… una straordinaria avventura che ci coinvolgerà per l’in­tera nostra esistenza… colma ineso­rabilmente di cadute e battute d’arre­sto ma… incessantemente riscattata dalla misericordia inesauribile del no­stro Padre. Ritengo che questa testi­monianza artistica del Maestro riesca, meglio certo delle mie parole che non vogliono e del resto non potrebbero nulla aggiungere, a dare compiutez­za alla decisione di recarci in questi luoghi. Comprenderemo allora co­me il nostro bene risiede nell’unione, abbandonando il risentimento, nel “tentativo” di instaurare quel regno di Dio, quell’AMORE cioè, che si presenta a noi tutti come unico fine supremo della nostra vita.

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